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Ridurre l’inquinamento marino eliminando la plastica

Ridurre l’inquinamento marino eliminando la plastica

La plastica è la prima causa di inquinamento marino e costituisce una minaccia per la vita di tutti, piante, animali ed esseri umani.

Dal 3 luglio in Europa è vietata la vendita di oggetti di plastica monouso, in particolare posate, cannucce e piatti (non i bicchieri). Allo stesso modo, in Italia sono stati già vietati negli ultimi 10 anni shopper di plastica, sacchetti di plastica per alimenti, cotton fioc e microplastiche nei cosmetici. Si tratta di misure volte a contrastare l’inquinamento marino che è all’80% costituito, da plastiche da pesca e da plastiche monouso derivanti dai nostri consumi: involucri e imballaggi che invadono i supermercati, piatti, posate, bicchieri, cannucce, bottigliette, sacchetti… Ogni anno si riversano, infatti, nel solo Mediterraneo 570.000 tonnellate di plastica, che salgono a una media di 8 milioni all’anno se si considerano tutti i mari e oceani terrestri.

La consapevolezza rispetto a quella che ha assunto le dimensioni di una crisi globale aumenta di anno in anno e sono ormai noti i lunghi tempi di decomposizione della plastica e la sua pericolosità per la salute dei mari, delle specie vegetali e animali e dell’uomo. Ma non sono ancora state prese misure adeguate a invertire la rotta. Quando si ha a che fare con una minaccia che non conosce confini, non è sufficiente lasciare alla discrezione delle singole amministrazioni o dei singoli cittadini il suo contenimento. Servono strategie condivise internazionalmente, come la campagna #CleanSeas delle Nazioni Unite. Quel che è certo è che, continuando con i ritmi di oggi, nel 2050 l’inquinamento del Mediterraneo sarà quadruplicato e nel mare ci sarà più plastica che pesci.

I rischi connessi all’inquinamento marino

La strategia di contrasto allo spargimento della plastica nei mari deve essere principalmente preventiva, anche se abbinata alla pur necessaria pulizia. È infatti più efficace e meno dispendioso, in termini di tempo e costi, contrastare il rilascio di plastiche piuttosto che recuperarle una volta diffuse, dato che non tutte possono essere raccolte a mano o da reti, barche e macchine pulitrici. Le gigantesche isole di plastica che galleggiano negli Oceani dando un volto all’inquinamento marino sono solo la punta dell’iceberg. Il resto dei rifiuti affonda in frammenti di varie dimensioni, anche inferiori ai 5 millimetri, per effetto dell’erosione dell’acqua.

Ecco le principali conseguenze, a breve e lungo termine, che l’inquinamento marino può avere sulla salute di tutti:

  • più di 270 specie animali sono già state vittima di intrappolamenti da parte di oggetti in plastica e più di 240 ne hanno ingerita scambiandola per cibo. Il rischio in cui incorrono gli animali è di ferirsi o di morire soffocati o avvelenati.
  • Le microplastiche ingerite da pesci utilizzati nell’alimentazione umana arrivano anche sul nostro piatto. Un report del WWF in collaborazione con l’Università di Newcastle stima che ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica, cioè 21 grammi al mese e 250 all’anno. Dalle prime ricerche emerge come alcune di queste plastiche possano interferire con il sistema endocrino e con il sistema immunitario oppure possano essere cancerogene.
  • Si stima che i rifiuti marini abbiano creato danni economici per una cifra che va dai 259 ai 695 milioni di euro, soprattutto a discapito dei settori turistico e ittico.
  • Le emissioni di CO2 prodotte da 1 milione di tonnellate di plastica equivalgono a quelle prodotte da 1 milione di auto. Oggi le tonnellate totali presenti nei mari e negli oceani sono 150.

Cosa fare per ridurre la plastica

La plastica che finisce in mare è quella che non viene riciclata o incenerita. Se il riciclo, in particolare, avesse un’efficacia del 100%, infatti, né il vento né i fiumi avrebbero modo di sospingerla in acqua alimentando l’inquinamento marino e intaccando una risorsa dal valore inestimabile. L’acqua salata non è completamente inerme rispetto alla minaccia, dato che ha potere auto-depurante. Ma quando la quantità di plastica da affrontare è ingente e si accumula in mari chiusi o lungo le coste c’è ben poco da fare. Come possiamo prevenire la sua diffusione? Dando vita a un’economia circolare della plastica, producendone meno, consumandone meno e riciclandone di più.

Ecco le abitudini quotidiane da adottare, a casa e fuori casa, per ridurre l’inquinamento marino a base di plastica:

  • fare attentamente la raccolta differenziata, per dare nuova vita alla plastica utilizzata.
  • quando si fa la spesa, acquistare cibi sfusi, prediligere imballaggi in vetro o carta e portare borse in stoffa da casa.
  • evitare attrezzi da cucina in plastica, così come pellicola e bustine per conservare i cibi.
  • limitare l’uso della plastica anche nell’igiene personale, scegliendo spazzolini in bambù o a testina intercambiabile; spazzole e pettini in legno; sapone, shampoo e bagnoschiuma solidi, senza imballaggi in plastica e senza microplastiche; detersivi alla spina o alternative eco come aceto, limone e bicarbonato; rasoi non usa e getta.
  • per picnic e feste, evitare plastiche monouso: piatti, posate, bicchieri, cannucce e bottigliette di plastica possono facilmente essere sostituiti con alternative biodegradabili.
  • preferire vestiti in materiali naturali e lavare sempre a bassa temperatura. I capi sintetici, infatti, contengono microfibre plastiche, che finiscono nello scarico della lavatrice e, infine, in mare.
  • se fosse necessario ribadirlo, non abbandonare rifiuti di plastica (né di qualunque altro materiale) in giro.

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